You are what for poets is Absinthe:
extol me, inspire me, drunk me.
As a miser dying who hold all is treasure
I embrace you jealously.
But always time consumes all
and poets cry their empty bottle,
so woeful I 'come sadden with them,
'cause my existence is like the bottle
when you're not there.
martedì 29 novembre 2011
martedì 22 novembre 2011
Io non chiedo
Io non chiedo che di sì fatte spoglie
sia data all'esordio ben altra patria
o che fra le lingue mi sia negata
quella che cara agli arcani miei padri
carezzò docile le nostre rive,
ne tanto meno chiedo ch'invano
fra i morosi indomati s'innalzi
- quale udire è più dolce s'il cor
è a parlar con il suo mesto accento?-
D'Enea lo struggente e amaro pianto
pel tetro fumo ch'in alto vira
com'il faro d' un cattivo augurio.
ma ahi, come limpido un tempo il ricordo
pareva luccicar d'oro prezioso
par solo ai ricchi templi eretti agli Dei!
E or che resta d'una gloria passata
se non questi mal conservati resti
in balia di certi ingordi corvi:
passan razzia come fosse pulizia.
sabato 5 novembre 2011
Capitano
E guardi che succede capitano:
si rianimano le spoglie sponde
d'innaturale bellezza. Guardi!
Lampi rubini aldilà del cielo
invitano gli oceani ad infrangersi
contro i bordi del mondo. Il cobalto!
Scintille luminose sprigionate
dall'ardore marino ch'avanza.
Non sente anche lei il suon dell'abbandono
sovrastato da ben più mesto inno?
Non sono campane, ne quel pallore
di luna un tenue appiglio di luce
alla vita che si innabissa, sente?
La sventura non è che un dono:
se s'intessono meravigliose
trame come queste, qual destino!
Agli eroi più grandi è stato concesso
il prezioso dono della morte
perchè è l'assenza ad alimentar
nel presente il glorioso ricordo.
Non abbia timor se barca cigola,
inizi a tremar se pace non giunge.
giovedì 3 novembre 2011
dolce creatura dal grembo gentile
Vegli sul mondo in silenziosa quiete
socchiusa e rapita d'un incanto
d'antica speme, d'infinito
amore verso limiti lontani
aldilà d'esistenza e pensieri,
dolce creatura dal grembo gentile,
ch'ahimè ingrata prole al seno tuo
inviti al candido nutrimento,
pregno di vita e beatitudine,
fior ch'il vomere teme al tatto,
saggiato già l'algido fiato e denso
e seppur trema l'affronta impavida
come l'eroe ch'in guerra freme
per timore di non ritorno in patria
ma per ardore si batte e regna.
Ciò che declamo qui impresso nei versi
s'appresta a coglier materia tale
da poter cantar animo di donna
al fine di educar l'uomo irato
al rispettoso gesto cauto e caro
socchiusa e rapita d'un incanto
d'antica speme, d'infinito
amore verso limiti lontani
aldilà d'esistenza e pensieri,
dolce creatura dal grembo gentile,
ch'ahimè ingrata prole al seno tuo
inviti al candido nutrimento,
pregno di vita e beatitudine,
fior ch'il vomere teme al tatto,
saggiato già l'algido fiato e denso
e seppur trema l'affronta impavida
come l'eroe ch'in guerra freme
per timore di non ritorno in patria
ma per ardore si batte e regna.
Ciò che declamo qui impresso nei versi
s'appresta a coglier materia tale
da poter cantar animo di donna
al fine di educar l'uomo irato
al rispettoso gesto cauto e caro
domenica 9 ottobre 2011
La camera di Laudine
Risvegliarmi fra queste lenzuola rende ancor più sgradevole il ricordo del “dormitorio”, di quella lurida stanza grande poco più che un paio di braccia, sovrappopolato e mal conciato. Non che io sia una persona poco propensa all’igiene, ma sopraffatto dalla bestialità di certi coinquilini, ogni mio tentativo di salutare difesa scoppia in un vano tentativo. Ora respiro però odori orientali, ma dove sono? Forse in India? Non più quel fitto odore di muffa che offendeva il mio olfatto, ma l’odore che s’addice ad una lasciva divinità. Certi lussi, in quanto studente, per di più straniero, non puoi che sognarteli. Il fatto che non sia completamente sicuro d’esser sveglio mi rende abbastanza cauto sulla realtà della situazione. Ma cosa ricordo? Eppure in questa nuova città non mi sono mai perso, o forse si? Forse quando decisi di seguire i suoi passi e non i miei.
La incontrai quando più ero sicuro del mio percorso, quando più ero certo delle certezze che possedevo: ero così completo da non sentir di poter far parte di qualcuno o viceversa, che qualcun altro potesse esser parte di qualche mia deriva. Mi sentivo così fiero di questa ottenuta integrità, di questa solida motivazione che mi isolava come unico pezzo di questo curioso marchingegno che aveva comunque vita. Come girava bene nella sua autosufficienza.
Talvolta però, non si è immuni a certi sguardi: occhi così taglienti da sgretolare tua interezza, occhi che minano alla tua autonomia. La motivazione sta nella loro natura, da predatore, così che mentre stai lì a ricomporti dal disastro, vieni sottratto di alcuni pezzi, dei cocci fatalmente incustoditi. Così quel prezioso marchingegno non può più funzionare, è difettoso, è lacunoso. L’unico sistema è recuperare ciò che ti appartiene, ma che strano sortilegio però: l’idea che sia quella sguardo a custodire quella parte così importante non ti disturba poi così tanto. Non ti sale poi di rado un certo pensiero: - che lo tenga pure, non chiedo che un altro sguardo, solo per sentirmi più intero anche solo quell’attimo.
Dipendenza, ora sei in un nuovo stato e questo è il suo nome. Erano quei particolari giorni di Settembre dove sembra che appaia un nuovo mondo alle porte dell’autunno: gli stessi coloro che hanno fatto impazzire svariati poeti rendono anche me particolarmente sensibile. Fronde dorate e foglie, che gentili si riversano sulla mia testa mora durante le lunghe passeggiate, decorano ogni strada e i parchi, come sono ricchi nel loro ultimo atto. Ma più graziosa della lenta muta della vegetazione, giungeva lei, rossa che la sua chioma, un caschetto sbarazzino, pareva quella dell’amolo che lieto abbonda nei marciapiedi.
Poco importava che al suo braccia avesse un accompagnatore, poco importava che nei giorni successivi fossero molti altri e sempre diversi, meno ancora il fatto che fosse una prostituta. Sapevo che possedeva ciò che era mio, l’idea di riprenderlo di persona non mi disturbava più di tanto sapendo che degli sguardi non ci si può accontentare. Non concedevo alcun prestito.
“È per te la prima volta?” – Mi chiese, dopo una lieta accoglienza a casa sua, lieta come immagino fosse per dovere, per il suo mestiere. Mi accolse conducendomi lentamente nella sua stanza, sfarzosa e abbondante, ricordandomi prestigiose regge, ma dubitando dell’autenticità di certi elementi.
“No, non dovrebbe essere.” – Le risposi un po’ teso, lasciandola alquanto incuriosita dalla risposta, con gli occhi scuri, quei due ladri, che mi invitavano caldamente a offrire una spiegazione. – “ Ero piuttosto giovane, tutto si affolla un po’ nebbioso, non ricordo chi sia lei, come sia stato io..” –
“ Non preoccuparti le esperienze deludenti non sono macchie indelebili e tutti ne abbiamo vista qualcuna.” – Mi interruppe, creando in me non poco imbarazzo, mentre la ammiravo nel frattempo riassettando la camera e il letto, caldo e morbido già all’apparenza. “ Avanti, spogliati Ruud. Non essere timido, non è questo il luogo. O vuoi che lo faccia io?” – “Davvero, me ne occupo io.”
Iniziai così a spogliarmi, come tutte le notti ero abituata a fare, ma ancora quello sguardo, pesante di colpevolezza e di bellezza, si posava su di me calandosi quasi fosse un masso. Mi rendeva impacciato, scoordinato, come se stessi combattendo in un fangoso campo di battaglia: pare esagerato, ma tanto precario era il mio equilibro, sentivo quel peso. Si avvicinò premurosa come una madre, ma con un feroce gesto, inaspettato sia per me che per lei, la allontanai. Mi scusai rapidamente per lo scatto impulsivo e le dissi: “ Stendhal sentendo il peso di tanta bellezza finì a terra tramortito, io mi sento soltanto un po’ impedito. Non avrai che qualche anno più di me, sei così fresca.” – Lei sorrise con piacere e divertita mi rispose: - “ Lo vedo bene, ma per come sei conciato in questo momento, non hai abbastanza serietà per declamare certe frasi con indosso una camicia e calzoni abbassati.” S’avvicinò, così delicata da non potermi liberare del suo aiuto, dolcemente incantato dai suoi modi. Le sue labbra toccarono la mia pelle, mentre le dita abili sbottonavano la pallida camicia, ancor più pallida se paragonata ai miei colori. – “ Quanti uomini ne han goduto, ma perché dovresti? È una buona rendita? “ – “ Non dovrei parlarne con te, sei un mio cliente, non mi è consentito mischiare le due sfere.” Mi baciò le labbra per non dover ribattere seppur avrei voluto farlo: ne approfittai poi, in un attimo di pausa. “ Se quest’oggi non mi presentassi come tuo cliente? Accoglimi comunque.” – “ Mi vuoi far perdere del tempo? Non accetto certe storie. Non accetto amici in casa, non accetto spasimanti, fuori di qua o consuma in silenzio.” – Indispettita come chi sente ciò che è più prezioso oltraggiato si ritira lontano da me, indicando la porta. Mi avvicinai io forse con più insolenza del necessario pregandola di accettare la mia offerta: non venni qua con l’intento di qualsiasi altro uomo che quivi abbia bussato, venni da uomo invaghito, da chi si sente attratto da prelibatezze più nascoste, potrei pagarle l’intera notte anche senza consumare in quel letto. Non parve apprezzare il tentativo, così che tenace continuava ad indicare la porta: ma tanto ostentava rifiuto lei, tanto io mi facevo forza delle mie convinzioni. “ Non posso accettare, non posso. Perché ciò che tu mi chiedi, non posso darlo via al prezzo del mio corpo. Non posso darlo via a nessun prezzo. Mi chiedi l’incedibile senza che tu abbia la minima coscienza di cosa ciò sia voluto significare in passato per me!” – Dopo la mia insistenza, il muro pareva cedere, qualcosa fuoriusciva, varcava il perimetro. “ Laudine, credo che tu qualcosa mi abbia già ceduto: parte della tua sofferenza ora è qui sulle mie spalle.” – “ Le tue spalle? Sono così esili, sono così puerili. Io sono una donna Ruud, con problemi assai più grandi di me, che talvolta non reggo io e vorresti tu vorresti farti ponte? Beata ingenuità.” – La sua mano mi carezzava il viso, così vicina lei, da veder brillare le lacrime in quello sfondo di noce, troppo fiere per rompere le righe. “ Divien più facile affrontare i problemi rendendosi proprietà esigua d’altri uomini, in un usa e getta mortificante?”
Ma no, non potevo capire, a suo dire ero troppo distante dalle sue vedute, non potevo decidere io di cosa avesse bisogno: immaturamente mi limitavo a giudicarla. Ciò che più le dava fastidio e si poteva ben vedere dalla sua incostanza nel fissarmi, era certamente il modo in cui la guardavo io, meglio ancora, nel modo in cui leggevo lei, i suoi gesti, le sue parole. Vi sono trame in ognuno di noi, a volte semplici, altre volte più intricate, ma ognuna con una propria dose di implicito, di cui è nostro compito riportarne alla luce gli interessanti ricami. Probabilmente il mio intento era vissuto come una minaccia: infondo tutti i tesori più ricchi sono amabilmente custoditi, anche con trappole letali, ma sentivo che quelle a cui andavo incontro, pian piano si stessero dissolvendo. “Immagina chi fosse così stolto da porre un’opera d’arte a discrezione di tutti, uno scempio, un totale spreco. Chiunque avrebbe la possibilità di lasciar qualcosa di sé, sciupandola.” – “ Sei un materialista, oltre ciò non sai andare, oltre la carne, oltre il corpo. Non è nient’altro che un involucro ciò che io consegno agli altri, ma la parte più importante non sta nel mio seno e ne nel mio sesso, come in un’opera d’arte: ciò che la rende straordinaria non sta nella sua forma, non è forse ciò che vorrebbe esprimere?” – Aveva terribilmente ragione. Ma trovavo così offensivo verso la sua natura di donna questo svendersi, seppur voluto, non mi ci ritrovavo affatto. “ Ma cosa vorresti esprimere tu che muta ti spogli, dimmi?” Non m’accorsi ma le mie parole risuonarono più del voluto, così tanto che il loro eco suscitarono una furente ondata: - “ Mostrami tu allora come s’amano le donne, ingenuo d’un ragazzo! Amami tu, che una notte a disposizione te la concedo pure. Il mio corpo, la mia accoglienza, ma mostrami come vanno amate le donne se davvero tu ne sia consapevole!” -Non potendo tirarmi indietro accettai la sua proposta, ma non come ogni altro uomo l’amai, rifiutando i frutti di un vassoio ormai troppo abusato.
lunedì 11 luglio 2011
Non sai ch' aria spira
Non sai ch' aria spira
nei settembrini sentieri
fra i bordi erbosi
e cigli piegati alla paglia:
la colgo così solitaria
nella notturna gita,
sperando s'incagli
fra le mie tese dita.
Brilla sulle mani
d'inaspettata freschezza -
che dolce essenza
appresa nella brezza -
Sospiro che giunge lontano,
arcana familiarità,
m'appari solingo nel buio
ora coglila anche tu
nei settembrini sentieri
fra i bordi erbosi
e cigli piegati alla paglia:
la colgo così solitaria
nella notturna gita,
sperando s'incagli
fra le mie tese dita.
Brilla sulle mani
d'inaspettata freschezza -
che dolce essenza
appresa nella brezza -
Sospiro che giunge lontano,
arcana familiarità,
m'appari solingo nel buio
ora coglila anche tu
martedì 5 luglio 2011
Letters of love: Vita Sackville-West a Virginia Woolf
La lettera è datata 21 gennaio 1926.
Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Avevo composto per te una bellissima lettera, nelle ore da incubo della mia notte insonne, ed è sfuggita: mi manchi e basta, in un modo molto semplice, disperato e umano. Tu, con tutte le tue lettere non mute, non scriveresti mai una frase elementare come questa; forse non la sentiresti nemmeno. Tuttavia credo che ti accorgerai di un piccolo vuoto. Ma lo rivestiresti di una frase tanto squisita che perderebbe un po’ della sua realtà. Mentre per me è una cosa fortissima: mi manchi ancor più di quanto credessi: ed ero pronta, a sentire la tua mancanza, e molto. Così, in realtà, questa lettera è solo uno strillo di dolore. E incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così — ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente. Non hai idea di quanto possa essere scostante, con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese. Non che ne sia davvero risentita.
Comunque, non ti tedierò oltre.
Siamo ripartiti, il treno balla di nuovo. Dovrò scrivere dalle stazioni - che per fortuna nella pianura lombarda sono molte.
Venezia. Le stazioni erano molte, ma non avevo calcolato che l’Orient Express non si ferma. Ed eccoci a Venezia per dieci minuti soltanto, ben poco tempo per tentare di scrivere. Neanche il tempo per comprare un francobollo italiano, quindi dovrò imbucare a Trieste.
In Svizzera le cascate erano gelate, dure tende di ghiaccio iridescente appese alla roccia; molto bello. E l’Italia tutta ammantata di neve.
Stiamo per ripartire. Dovrò aspettare fino a Trieste, domattina. Per favore perdonami di aver scritto una lettera così infelice.
Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Avevo composto per te una bellissima lettera, nelle ore da incubo della mia notte insonne, ed è sfuggita: mi manchi e basta, in un modo molto semplice, disperato e umano. Tu, con tutte le tue lettere non mute, non scriveresti mai una frase elementare come questa; forse non la sentiresti nemmeno. Tuttavia credo che ti accorgerai di un piccolo vuoto. Ma lo rivestiresti di una frase tanto squisita che perderebbe un po’ della sua realtà. Mentre per me è una cosa fortissima: mi manchi ancor più di quanto credessi: ed ero pronta, a sentire la tua mancanza, e molto. Così, in realtà, questa lettera è solo uno strillo di dolore. E incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così — ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente. Non hai idea di quanto possa essere scostante, con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese. Non che ne sia davvero risentita.
Comunque, non ti tedierò oltre.
Siamo ripartiti, il treno balla di nuovo. Dovrò scrivere dalle stazioni - che per fortuna nella pianura lombarda sono molte.
Venezia. Le stazioni erano molte, ma non avevo calcolato che l’Orient Express non si ferma. Ed eccoci a Venezia per dieci minuti soltanto, ben poco tempo per tentare di scrivere. Neanche il tempo per comprare un francobollo italiano, quindi dovrò imbucare a Trieste.
In Svizzera le cascate erano gelate, dure tende di ghiaccio iridescente appese alla roccia; molto bello. E l’Italia tutta ammantata di neve.
Stiamo per ripartire. Dovrò aspettare fino a Trieste, domattina. Per favore perdonami di aver scritto una lettera così infelice.
La cicca masticata che sul marciapiede diventa arte
Quante volte vi sarà capitato di abbandonarvi a qualche uscita poco elegante
dopo aver visto cosa ci si è appiccicato sotto la suola?
Dopo le cicche delle sigarette, le nemiche numero uno dei marciapiedi e dei passanti
sono le cicche da masticare! Sporcano, imbrattano..
Ma qualcuno ha trovato un sistema geniale...
Ben Wilson, 48 anni, londinese.
Per le strade della città tenta di convertirle in vere opere di street art contemporanea.
Maleducazione diventa espressione!
dopo aver visto cosa ci si è appiccicato sotto la suola?
Dopo le cicche delle sigarette, le nemiche numero uno dei marciapiedi e dei passanti
sono le cicche da masticare! Sporcano, imbrattano..
Ma qualcuno ha trovato un sistema geniale...
Ben Wilson, 48 anni, londinese.
Per le strade della città tenta di convertirle in vere opere di street art contemporanea.
Maleducazione diventa espressione!
lunedì 4 luglio 2011
Satira: informazione e potere
Dedichiamo un piccolo spazio ma assai gustoso e divertente, che calza a pennello ora come
l'anguria dopo pranzo.
Rinfreschiamoci un po' con qualche sarcastico ghigno ammirando queste vignette satiriche
che indagano sui rapporti fra informazione e potere...
l'anguria dopo pranzo.
Rinfreschiamoci un po' con qualche sarcastico ghigno ammirando queste vignette satiriche
che indagano sui rapporti fra informazione e potere...
ALEMANNO
SERGIO BARLETTA
BORTOLOTTI
DOTTI
DANILO MARAMOTTI
GUALTIERO SKIAFFINO
© Degli autori
Ileana Sonnabend: An Italian Portrait
29 Maggio - 2 Ottobre 2011
Un piacere segnalare al Peggy Guggenheim di Venezia l'esposizione dei "gioielli" della più grande gallerista contemporanea Ileana Sonnabend. Deceduta nel 2007, lascia a nostra disposizione un incredibile numero di tele, un grandioso patrimonio artistico.
Passione che abbraccia quasi tutta l'arte, apprezzando non solo la pittura ma anche la scultura, la fotografia e installazioni, dando spazio sia agli artisti internazionali sia a quelli italiani. Perché con l'Italia ha intessuto un rapporto molto particolare già dal suo primo matrimonio con il triestino Leo Castelli, che diverrà il suo pigmalione, con il quale continuerà un intenso dialogo anche alla fine della loro relazione.
A quasi 50 anni dall'apertura della sua prima galleria d'arte a Parigi, dove riuscì a coniugare grandiosamente artisti d'oltreoceano ed europei, abbiamo la possibilità di rivivere spiritualmente un tale evento a casa nostra.
Opere di Pistoletto, Zorio, Calzolari, Merz, Anselmo e Kounellis accompagnate da quelle di Fontana, Rotella, Schifano, Manzoni, Festa.
Riproiettiamoci come all'epoca, con pregiudizio favorevole per la qualità ed il nuovo ed un' attenzione antidogmatica, verso i movimenti delle neoavanguardie: pop art, minimalismo, arte concettuale, body art, arte povera, transavanguardia e neogeo.
Per chi non potesse visitarla di persona ecco la mostra virtuale:
http://www.guggenheim-venice.it/exhibitions/virtual_tour/sonnabend/

Informazioni utili:
Indirizzo
Collezione Peggy Guggenheim
Palazzo Venier dei Leoni
Dorsoduro 701
I-30123 Venezia
Orario
Apertura 10-18 tutti i giorni
Chiuso il martedì e il 25, 26 dicembre
Aperto martedì 1 novembre, 27 dicembre
Informazioni generali
tel: 041.2405.411
fax: 041.520.6885
e-mail: info@guggenheim-venice.it
Servizi per il pubblico
tel: 041.2405.440/419
fax: 041.520.9083
e-mail: visitorinfo@guggenheim-venice.it
Un piacere segnalare al Peggy Guggenheim di Venezia l'esposizione dei "gioielli" della più grande gallerista contemporanea Ileana Sonnabend. Deceduta nel 2007, lascia a nostra disposizione un incredibile numero di tele, un grandioso patrimonio artistico.
Passione che abbraccia quasi tutta l'arte, apprezzando non solo la pittura ma anche la scultura, la fotografia e installazioni, dando spazio sia agli artisti internazionali sia a quelli italiani. Perché con l'Italia ha intessuto un rapporto molto particolare già dal suo primo matrimonio con il triestino Leo Castelli, che diverrà il suo pigmalione, con il quale continuerà un intenso dialogo anche alla fine della loro relazione.
A quasi 50 anni dall'apertura della sua prima galleria d'arte a Parigi, dove riuscì a coniugare grandiosamente artisti d'oltreoceano ed europei, abbiamo la possibilità di rivivere spiritualmente un tale evento a casa nostra.
Opere di Pistoletto, Zorio, Calzolari, Merz, Anselmo e Kounellis accompagnate da quelle di Fontana, Rotella, Schifano, Manzoni, Festa.
Riproiettiamoci come all'epoca, con pregiudizio favorevole per la qualità ed il nuovo ed un' attenzione antidogmatica, verso i movimenti delle neoavanguardie: pop art, minimalismo, arte concettuale, body art, arte povera, transavanguardia e neogeo.
Per chi non potesse visitarla di persona ecco la mostra virtuale:
http://www.guggenheim-venice.it/exhibitions/virtual_tour/sonnabend/

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Collezione Peggy Guggenheim
Palazzo Venier dei Leoni
Dorsoduro 701
I-30123 Venezia
Orario
Apertura 10-18 tutti i giorni
Chiuso il martedì e il 25, 26 dicembre
Aperto martedì 1 novembre, 27 dicembre
Informazioni generali
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fax: 041.520.6885
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Servizi per il pubblico
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domenica 3 luglio 2011
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Dissipa tu se lo vuoi - Montale
Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che tradii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
M’attendo di ritornare nel tuo circolo,
s’adempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che tradii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale d’uno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dall’ansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.
È qui scritto il testamento della resa, dell’accettazione della sconfitta, un autonoma consegna del proprio destino nelle mani di colui che l’ ha vinto terminando qua la sua vana missione. Il mal di vivere precedentemente incontrato ha avuto il sopravvento e ora non può che abbandonarsi al mare come uno schiavo di guerra, in un ultimo tentativo di ritornare alle origini, ma ciò non verrà acconsentito, tant’è che sa bene quale sarà il suo destino, ovvero la costrizione a bruciare come un ramo. Ma a tale visione di indifferente crudeltà, procedendo con le opere di Mediterraneo, sezione ultima di Ossi di seppia, verranno ad accostarsene altre, tant’è solido il legame che lega il poeta al mare che s’affaccia dinnanzi alla sua Genova, segnando le estati di infanzia e i ricordi fanciulleschi. Attraverso proprio quel legame con l’infanzia che si fa chiaro il rapporto che intercorre fra Montale e il mediterraneo, che diviene interlocutore del poeta, una contemplazione della vita, della profondità dell’esistenza che via via va ad esplorare. Egli sente il proprio Io lentamente risucchiato dal mare, l’elemento vitale per eccellenza, ma insieme abbiamo potuto vedere anche
rifiutato, espulso e confinato sulla terra, facente parte di quella fetta di marinai considerati terrestri.
mercoledì 8 giugno 2011
Non piansi che sciami
dalle rosee scogliere, verso non so,
stillandosi dalla perduta quiete,
dal suo appassito ardore di vivere,
smarrito chissà in questo tremore,
fra i lampi d' un cauto temporale
nel meriggio estivo, nel pelago arso.
Inumidate le rive rossastre
fra i cigli scuri d'ombrosi steli
accolgono i mar che l'investono,
con amoroso appiglio trattenuti,
un battito fugace d' eterno
l' inauspicabile sua durata
di questa corrispondenza amara.

Foto di Nicoletta Assaretti
lunedì 6 giugno 2011
Impressioni di Le Havre
Ci si lascia cullare dai fumi e dalle nebbie che sorvolano la superficie dell'acqua oleosa, aspettando che
il sole ci investa, mentre timido accarezza salutando il proprio orizzonte. Sale lentamente, abbozzando
così il giorno dalla sua carrozza dorata. Ecco Le Havre, la mattina. Il porto assonnato e la vita che riprende.
Impressione, sole nascente - Claude Monet
lunedì 30 maggio 2011
Non sono dolci questi flutti?
Non sono dolci questi flutti?
Non senti il legno cedere
divorato ciecamente
dal fragore delle onde?
Una vela che cade,
il copricapo della disfatta,
com'è lieto il bianco
in questo oscuro abisso
che si colora di salsedine!
Non vedi che sola acqua,
acqua profonda di nulla
e nel nulla solo un eco,
son le sirene a chiamarti
o la pioggia che scroscia?
Dolgono le labbra
umidamente arse
di quest'illusione liquida,
sacrosanto veleno vitale,
guarda come danzano vivi
mentre a stento galleggi
fra tutti questi relitti limosi.
La corrente, la senti nelle gambe
o forse un macigno nascosto?
Improbabile moto non nego
esser sospinto verso il basso,
non vedi l'orizzonte tremulo
che scompare pari con te?
Non senti il legno cedere
divorato ciecamente
dal fragore delle onde?
Una vela che cade,
il copricapo della disfatta,
com'è lieto il bianco
in questo oscuro abisso
che si colora di salsedine!
Non vedi che sola acqua,
acqua profonda di nulla
e nel nulla solo un eco,
son le sirene a chiamarti
o la pioggia che scroscia?
Dolgono le labbra
umidamente arse
di quest'illusione liquida,
sacrosanto veleno vitale,
guarda come danzano vivi
mentre a stento galleggi
fra tutti questi relitti limosi.
La corrente, la senti nelle gambe
o forse un macigno nascosto?
Improbabile moto non nego
esser sospinto verso il basso,
non vedi l'orizzonte tremulo
che scompare pari con te?
5 confusissimi minuti
Camminando spedito, trapassando la strada e la piazza, non si curava assolutamente di ciò che gli correva affianco, nemmeno delle auto che da li a poco avrebbero potuto investirlo in quell' incosciente tragitto. Ribollivano gli occhi fissi che, bucando con minaccioso aspetto l'oscurità,
si avvinghiavano al suo obiettivo distante solo la navata della chiesa antistante. Il silenzio più assoluto assordava le sue orecchie, ma nessuno effettivamente taceva: si era completamente
estraniato contemplando la sua mente deserta e le vene arse da una rabbia di arsenico.
Dall'altra parte della strada i suoi amici lo fissavano persi nello stupore e nello spavento, ma nessuno aveva il coraggio di puntarsi davanti a lui e riportarlo al senno, era ormai a briglia sciolta. Era sfuggito via dopo ogni tentativo di rabbonimento, non era bastato ciò per contenerlo.
-" Ma è questo il modo di comportarsi? Peggio dell'asfalto, vorrebbe essere le sue scarpe. Questa è ossessione! Mi sono stufato, io la prendo, la riporto qui, la stacco dalle sue mani!"
Diceva così, agitandosi sulla sedia d'acciaio mentre tentava invano di portarsi il bicchiere alle labbra, interrotto continuamente dal suo stesso flusso di parole, più fluido che mai, aiutato dalle precedenti consumazioni, trasformandolo in un capace oratore. Lucido proseguiva:
- " Non voglio apparire sempre per quello ficcanaso, il rompiscatole, ma anche questa volta non posso certamente tirarmi indietro, la vediamo così poche volte e dobbiamo assurdamente condividerla con chi, cosa? Non so nemmeno come sia possibile catalogarlo!" - " Lucio, vedi di rilassarti, sono sicuro che se ne andrà nuovamente, come ha fatto prima, come ha già fatto altre volte, Rachele lo manderà via." Pareva un attimo tranquillizzatosi, più per arrendevolezza che non per la certezza di ciò che sarebbe accaduto, sapeva che non sarebbe stato così semplice sbarazzarsi di Matteo, il parassita che stordiva Rachele, ormai da parecchio tempo. Si vedevano da più di un anno, tutto regolare, i soliti alti e bassi di coloro che hanno vite abbastanza differenti: lei ancora impegnata sui libri, lui nullafacente con assurde pretese sul tempo di lei. Aumentava così lo stress, continui problemi su ogni fronte: la salute, lo studio, le amicizie. Sembrava ormai una barchetta alla deriva, una vela fra le onde che a stento si reggeva fra i violenti flutti, si chiedevano sempre più quanto avrebbe resistito, ancora di più desideravano che si lasciassero, stufi del disfacimento di Rachele. Era uno di quei periodi in cui tentava di riprendersi la sua indipendenza, lo mollava, lo scacciava come si mandano via le mosche e lui, proprio come le mosche, ritornava regolarmente svolazzandole in maniera molesta attorno. Come quella sera.
Si ripeteva che sarebbe potuto divenire il motto per una prossima pubblicità di insetticidi,
era sicuro Lucio di poterlo debellare con la semplicità con cui si può compiere un genocidio sulle formiche e ne intonava il possibile jingle dall'improbabile melodia agli amici presenti.
Si voltò verso gli ex amanti stavano litigando, mutando rapidamente di espressione si accorse che erano spariti: eccoli che si allontanavano rapidamente, lei sotto gli spintoni di lui senza difese e senza troppa resistenza. Senza che se ne accorgesse era già in piedi, con lo sguardo scuro di umore e un rossore sparso per il volto, ed ora già dall'altra parte della strada, quasi a un battito dall'amica in ostaggio.
Rapido si sentì un botto che scosse l'aria attorno, una vasiera rotta emetteva i suoi cumuli di terra spargendoli sul corpo accasciato di Matteo: un sopracciglio spaccato testimoniava l'importanza del pugno ricevuto da Lucio, che inferocito gli si era scagliato. Rachele sotto shock impietrita guardava la scena, da una parte spaventata da questo culmine violento e dall'altra tranquillizzata dal sentirsi ora al sicuro, lontana dalle mani del suo molestatore.
-" Alzati infame senza virilità, alzati se hai il coraggio di sfidare un tuo pari, non una donna! Ti dovrebbero spezzare le braccia." Ripresosi dallo stupore del colpo ricevuto, infidamente Matteo impugna uno dei cocci della vasiera e si rialza puntando il viso del ragazzo che lo aveva offeso non riuscendolo a colpire la prima volta, ma successivamente, quando giunse il resto del gruppo per riportare in salvo prima Rachele e poi separare i due, approfittando della disattenzione di Lucio occupandosi con lo sguardo delle condizioni della ragazza.
Non vi era che il sangue, i suoi occhi indistintamente non videro che quello. Un altro assalto stava preparando, mezzo sfinito per il colpo ricevuto, ma lo recuperarono appena in tempo. Non i suoi amici, ma la polizia, che caricati i due lottatori, svanì infondo alla via interrompendo anche il suono della propria sirena.
domenica 29 maggio 2011
Non vi è amore sotto i lividi
Non vi è amore sotto i lividi,
nessun frutto dolce,
non creder a chi s'ostina
a venderti ferite,
necessaria condizione
e giusta scusa di tormento.
Ammutolisci
chi s'avvale come inno
dell'erosione,
dell'avvilimento
del cuore una carcassa.
Barricate senza terra,
lettere sgualcite
e petali avvizziti,
s'alza una carezza
e tutti scappano smarriti.
nessun frutto dolce,
non creder a chi s'ostina
a venderti ferite,
necessaria condizione
e giusta scusa di tormento.
Ammutolisci
chi s'avvale come inno
dell'erosione,
dell'avvilimento
del cuore una carcassa.
Barricate senza terra,
lettere sgualcite
e petali avvizziti,
s'alza una carezza
e tutti scappano smarriti.
Audrey Kawasaki.
Come possiamo definire i temi che caratterizzano le sue opere senza cadere in continue contraddizioni?
Si mescolano gli opposti amalgamandosi come i colori ad olio che utilizza,
regalando a colui che gode delle sue opere di contrastanti emozioni.
L'erotismo che si mescola con l'innocenza infantile, così attrattiva ma che allo stesso tempo
disturbante. Una seduzione malinconica che dagli occhi fatati delle sue giovani donne
penetra fin infondo a chi ricambia il loro sguardo.
Figure evanescenti non più tracciate nella tela, ma impresse nella corposità del legno:
fragilità e solidità fuse assieme.
Manga e art nouveau, oriente e occidente.
Si mescolano gli opposti amalgamandosi come i colori ad olio che utilizza,
regalando a colui che gode delle sue opere di contrastanti emozioni.
L'erotismo che si mescola con l'innocenza infantile, così attrattiva ma che allo stesso tempo
disturbante. Una seduzione malinconica che dagli occhi fatati delle sue giovani donne
penetra fin infondo a chi ricambia il loro sguardo.
Figure evanescenti non più tracciate nella tela, ma impresse nella corposità del legno:
fragilità e solidità fuse assieme.
Manga e art nouveau, oriente e occidente.
Da segnalare le sue nuove creazioni, delle dolcissime bambole in feltro:
Per chi fosse interessato ecco il suo blog personale:
sabato 28 maggio 2011
venerdì 27 maggio 2011
Kate MacDowell
Citando C.S. Lewis:
“Non vogliamo, soltanto, vedere la bellezza. Vogliamo qualcos’altro che a stento può essere messo in parole, essere unito alla bellezza che vediamo, passarci dentro, riceverla per poterci bagnare e diventarne parte.”
Storie che si intrecciano nell'ormai radicato binomio uomo natura, storie inquietanti che prendono
vita attraverso la porcellana. Un solo monito: stiamo distruggendo la natura.
Un possente messaggio che passa attraverso le sue sculture, glaciali, avvolte da un sottile strato di neve, cristallizzate in una tormenta. Personaggi fiabeschi, di qualche regno sperduto, che paiono spezzarsi da un momento all'altro in questa gelida fragilità, proprio come il rapporto conviviale fra noi stessi e il mondo che ci circonda, sempre più prevaricato dall'ingerenza umana.
Si dissigillano davanti le sue opere e cogliendone il messaggio che per l'etere si propaga.
Trovatela qua:
http://www.katemacdowell.com/
“Non vogliamo, soltanto, vedere la bellezza. Vogliamo qualcos’altro che a stento può essere messo in parole, essere unito alla bellezza che vediamo, passarci dentro, riceverla per poterci bagnare e diventarne parte.”
Storie che si intrecciano nell'ormai radicato binomio uomo natura, storie inquietanti che prendono
vita attraverso la porcellana. Un solo monito: stiamo distruggendo la natura.
Un possente messaggio che passa attraverso le sue sculture, glaciali, avvolte da un sottile strato di neve, cristallizzate in una tormenta. Personaggi fiabeschi, di qualche regno sperduto, che paiono spezzarsi da un momento all'altro in questa gelida fragilità, proprio come il rapporto conviviale fra noi stessi e il mondo che ci circonda, sempre più prevaricato dall'ingerenza umana.
Si dissigillano davanti le sue opere e cogliendone il messaggio che per l'etere si propaga.
http://www.katemacdowell.com/
Bloodbath McGrath
Artista pop-surrealista californiana, riversa nei suoi lavori la passione
per il lato oscuro della vita e della fantasia, fascinazione scaturita dal
rapporto conflittuale che da sempre ha avuto con la rigida educazione
religiosa impartita dai genitori, come lei stessa ammette.
Eleganza e retrò si fondono perfettamente al macabro e al bizzarro,
dando vita a creature particolari e gotiche, al confine tra raffinatezza
e malattia, senza però lasciar prevalere il lato malinconico che da tali
creazioni ci si aspetta, addolcendo tutto con una sorta di gioiosa
irriverenza.

per il lato oscuro della vita e della fantasia, fascinazione scaturita dal
rapporto conflittuale che da sempre ha avuto con la rigida educazione
religiosa impartita dai genitori, come lei stessa ammette.
Eleganza e retrò si fondono perfettamente al macabro e al bizzarro,
dando vita a creature particolari e gotiche, al confine tra raffinatezza
e malattia, senza però lasciar prevalere il lato malinconico che da tali
creazioni ci si aspetta, addolcendo tutto con una sorta di gioiosa
irriverenza.

Opere che appaiono bestiari dell'orrido, abbracciando in sé la concezione di elemento naturale
e di detrito proveniente dal consumismo dell'uomo moderno. Improbabili amici immaginari,
animali freak resi antropomorfi e racchiusi in un'atmosfera che ricordo le slide-show degli anni '40.
Vi invito a proseguire la scoperta di quest'artista presso il sito:
Kookai, i gabbiani.
Sprezzanti solcano il cielo sfidando i venti, lanciandosi da ripide scogliere
arrivano ad accarezzare il mare per poi risollevarsi perdendosi fra il bianco
delle nubi.
Kookai, kookai. Senti?
arrivano ad accarezzare il mare per poi risollevarsi perdendosi fra il bianco
delle nubi.
Kookai, kookai. Senti?
Richard Bach - Il gabbiano Jonathan Livingstone
Il Vostro corpo, dalla punta del becco alla coda, dall'una all'altra punta delle ali,
non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero,
visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero,
e anche il vostro corpo sarà libero.
non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero,
visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero,
e anche il vostro corpo sarà libero.
Egli imparò a volare,
e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare.
Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia
a rendere così breve la vita di un gabbiano.
e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare.
Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia
a rendere così breve la vita di un gabbiano.
D'ora in poi vivere qui sarà più vario e interessante ...
Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell'ignoranza,
ci accorgeremo di essere creature di grande intelligenza e abilità.
Saremo liberi! Impareremo a volare!
Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell'ignoranza,
ci accorgeremo di essere creature di grande intelligenza e abilità.
Saremo liberi! Impareremo a volare!
| Gabbiani - Vincenzo Cardarelli |
Non so dove i gabbiani abbiano il nido, ove trovino pace.Io son come loro, in perpetuo volo. La vita la sfioro com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo. E come forse anch'essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca. |
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