La lira di Orfeo: Fluctus: I - All' alba del Fato

giovedì 29 marzo 2012

Fluctus: I - All' alba del Fato


Non restan che tremanti fiati al dì
del mio distacco, tuonanti le onde
rammentano al cuor ciò di cui è sapio
ed in me ne rende l'eco ben cupo.
Non render liete l'ultime luci
ch'all'alba del misfatto non debba
risuanare carica d'angoscia
la nostalgia del nido caro e quieto,
del dolce gusto, ma invece sferzante
salati le fauci a richiamar danno:
certa è la morte più del ritorno.

Bianche ci s'affiancano di lutto,
candide come ossa, le nostre donne,
con volti privi delle lor postille,
sbiadite dall'uniforme maschera
terrificata: piangiate l'eroe
solo se ai mal suoi non vi è rimedio!
Ma sì cupe come vespri celati,
come fosse il fiore su una lapide.
il lor bacio vuoto si recano a dar,
Giunse la fine, vestita da inizio,
colore di lebbra, senza sorriso.

E muti piangiamo al suono di chiesa,
mesti che morte arrivano i rintocchi,
non c'è più speranza, o filo di vento
solo l'ultimo saluto ai vivi
e alle materne mani allevatrici
che pietose cedono ai loro cristi
la fatal via del dovere supremo.
Le stelle, care ai marinai, tessono
improbabili le trame nei solchi
celesti riflettendosi nel mare,
scrigno impenetrabile di uman fato.

Così apro tale stanza, chiedendo
se mai mille strade s'intrecciaron
confondendo i pian dei percorritori?
 s'ivver che l'onde di noi imago
rendesi riflesso, marin sostanza
incauta genitrice a noi diviene,
s'ivver che d'ampia prole, madre
d'ognuno mai il passo scorda in mente
allor qua m'è certo, ch' il fato mio
nelle membra secrete ancor si cela
protetto gentil all'altrui cospetto.    

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