Era indemoniato: nonostante nessun bicchiere abbia toccato le sue labbra, forse questo era il suo male, non mostrava sobrietà nemmeno da sobrio. Si divincolava fra i passanti confusi, sfuggendo impaurito nemmeno gli si fosse presentato il diavolo in persona, o per lo meno, era il suo volto a suggerire il diabolico incontro. Si precipitò verso la fermata che gli si proponeva davanti dove un piccolo tram, quasi colmo, attendeva che gli ultimi ritardatari si accomodassero per riprendere il proprio monotono percorso. Balzò felinamente all’interno del mezzo, porgendo il denaro al bigliettaio con un’inaspettata dignità, la stessa che aveva seminato nella folle corsa nel boulevard poco prima. Si sedette scansando gli altri passeggeri nel primo posto libero che gli si proponeva, con lo scontento di chi gli stava attorno e pretendeva l’ambita seggiola sia per qualche ragione che rimandava ad antiche discendenze o, semplicemente, per precedenze dovute all’ordine d’arrivo. Poco ci badava. Erano altri i suoi crucci, erano altre le voci che sentiva.
Erano come mosche estive, piccoli e neri i suoi occhi, i quali, con rapidità schizofrenica, perlustravano l’interno del mezzo e la città, che scorreva ai suoi lati senza trovare ostacoli. Non trovavano metà: un attimo si placavano nel volo sul volto di un passante, il secondo successivo si ritrovava a fissare le scarpe d’ uno sconosciuto compagno di viaggio per passare poi ad una lontana insegna spenta. Ma in disaccordo con l’iperattività oculare, la mente era pervasa invece dal gelo più paralizzante, incorniciando con la ripetizione degli stessi pensieri la più orrenda visione di tutta la sua vita.
-Martin, Martin! Figlio d' un cane! Meglio s' alzi il gomito invece di far la manomorta a mia figlia, disgraziato senza casa! – Partì così, nella bolgia generale e nell’acre fumo, un inaspettato gancio destro che fece, prima, barcollare il colpevole Martin finchè non cadde stordito, e poi, ammutolire la chiassosa sala in cui ognuno era preso poco prima dai propri rumorosi svaghi. Così, inaspettato come il suo ingresso e il suo agire, quell’uomo ben vestito uscì indispettito, scrollandosi di dosso quel terribile fetore di vita vissuta che aveva ricoperto il suo lungo cappotto nero che alla vita da poco si era esposto. All’interno del bar si destarono finalmente tutti, i quali non poco velocemente e confusamente si radunarono attorno al malcapitato per prestare i primi soccorsi, improvvisandosi infermieri e crocerossine. – Su, Adeline! Quanto dobbiamo aspettare per un panno umido? Svelta che già si sente puzza di cadavere! Donne lente sia di cervello che di passo..- Tuonò il baffuto barista Edgar mentre accorreva anche lui a prestar le sue attenzioni. Prima ancora che arrivasse la prosperosa cameriera bionda sobbalzando sui tacchetti rossi, anziché avviarsi verso la decomposizione come annunciato, si riprese dal colpo subito e scostò da attorno a sé la marmaglia di disperati che tentava di rianimarlo. Si alzò, poggiandosi sulla sedia su cui poco prima era seduto stabilmente mentre sorseggiava il suo amato cognac, illeso almeno lui, in quanto rivolgeva suadenti sguardi alla zuccheriera con cui condivideva il tavolino non troppo pulito durante l’assalto. Si risistemò così seriamente riportando la sua apparenza al momento antecedente al colpo, che nello stesso istante in cui si mise a terminare i resti del bicchiere solitario, tutti i suoi cari compagni di fracasso sguiatamente attaccarono a ridere. – Buon padre che si agita così tanto per l’onore della figlia! Si agitasse lei a difenderlo come si agita in mezzo alle coperte quando pretende la seconda infornata! – Asserì senza poco lasciar intendere, alimentando quasi fossero braci quelle assordanti risa, mentre ogni tanto qualcuno cessava per complimentarsi con galante conquistatore. La serata, dopo l’incidente, andò avanti finchè non si sciolse nella notte più buia e stagnante, ma se credevano che il padre offeso fosse l’unico visitatore inaspettato del “ Pernot” si sbagliavano. Subito dopo i dodici rintocchi notturni, entrò un uomo troppo elegantemente vestito per il tipo di bar, ma soprattutto per il tipo di clientela che esso offriva, perciò subì le becere occhiatacce da parte di tutti i presenti nella sala, i quali tra l’altro si domandavano fra loro chi diavolo fosse. Vedendo che costui incurante di tutto si diresse verso la sedia libera nello stesso tavolo di Martin, uno di loro azzardò a chiedere: - Martin, dovresti darci un taglio con le donne di buona famiglia o ci rimetterai anche l’altro zigomo! – Egli prontamente rispose: - Non penso assomigli a nessuno dei miei fiorellini. Se è vero che ricordiamo in viso chi ci ha portato al mondo e fra loro è altrettanto vero che c’è qualche sua figlia, dovrebbe farsi allora due o tre conti con sua moglie e ricordarsi se qualche notte è mancata da casa!- Nel tempo di concludere la sua brillante affermazione, lo straniero si era già accomodato nel suo tavolo senza mettersi troppi problemi e già chiamava la cameriera per ordinare da bere, con modi garbati e un delicato accento inglese piacevole all’udito, tanto che momentaneamente si abbasso il volume generale delle conversazioni che avvenivano attorno al tavolo per ascoltarlo. Tra l’altro a guardarli erano proprio un’ eccentrica coppia, mai due uomini furono così orrendamente abbinati, dato che per natura sociale ognuno sta col proprio affine, davvero mal si amalgama la feccia con la seta. Lo straniero era abbracciato dal perfetto frack blu, un vezzo di moda che nelle classi più generose riscontrava il suo successo, il quale scendeva fino ai pantaloni attillati marroncino chiaro, diligentemente infilati negli stivali neri in cuoio lucido. Un uomo senza dubbio affascinante, di una bellezza classica, mai demodè e tanto nobile, opposto davvero al miserabile aspetto di quel povero cristo senza santità, dall’occhio liquoroso e uno squallido completo giallo che un tempo era sicuramente molto più decoroso. La cameriera portò i due bicchierini richiesti contenenti un liquido verde emanante un forte aroma di anice: l’assenzio iniziava a propagarsi nell’aria del locale. Ancora i due non si furono scambiati alcuna parola, uno fissava negli occhi l’altro, quelli scuri scrutavano l’abisso azzurro dello sconosciuto, mentre quest’ultimo mostrava sempre la stessa enigmatica espressione. Entrambi nello stesso istante trangugiarono in un solo sorso il distillato amaro, ma se il biondo inglese lo mandò giù con una semplicità tale, che nemmeno il più assetato potrebbe avere con l’acqua fresca, Martin si sentì bruciare stomaco, esofago e la testa, che prontamente strinse con le possenti mani, stringendo anche gli occhi nella più buia occlusione e trascinando con se anche l’udito. Non una luce, non un rumore. Riaperti e riacquistata la facoltà di udire, riprese sì il normale afflusso dei colori e la loro percezione, ma nessun suono raggiunse le sue orecchie: effettivamente nella sala in cui poco prima tutto il mondo pareva urlare, tutti erano spariti. Fuorché l’inglese.
- Possa maledirti il demonio, se egli stesso non sia tu in persona! Che prodigio è mai questo? No, diavoleria. Tu mi hai avvelenato, ho perso sì conoscenza, secondi no ma ore si! Dove sono andati tutti mascalzone? – Mentre parlava tentava di colpire colui che di fronte a lui impassibile restava e, cosa da non credere, ogni colpo era vano in quanto trapassava misteriosamente il suo corpo. Martin in quel momento trasalì e sgranò gli occhi: era mai possibile? – Il mio nome è sir Ernest Whingly , monsieur. Provengo d’oltre manica e sono qui per lavoro. Sa, io sono un notaio del dopo morte, sono molto ambito fra le anime che spirano al giorno d’oggi.- Tese la mano per poi ritirarla conscio dell’impossibilità di stringerla, ma nonostante la presentazione Martin era incapace di variare la propria espressione palesemente inorridita e di proferir qualcosa. Così Sir Ernest proseguì: - Ho varie commissioni da portare a termine e il tempo è poco, anche se per quelli come noi il tempo non conta affatto, più che altro siamo in competizione con la tempistica del fato che gioca con i vostri fili, cari mortali. Bisogna agire prima che la matassa venga completata e con tante anime che vengono per avere una consulenza, organizzarsi appropriatamente è sempre davvero un dilemma. Non è facile uccidere i mortali per tempo, sotto ordine dei loro defunti rivali. Perciò ho bisogno di te, qua c’è ciò che ti occorre. Au revoir, good bye.- La stessa terribile sensazione colpì nuovamente l’impotente Martin, accasciato al tavolo come poco tempo prima mentre, si dibatte per il dolore acuto alla testa. Ancora il buio, ancora il silenzio. Questa volta si scuote dal male provato e si ritrova da solo nello stesso luogo, ma solo e coperto dall’ombra notturna. Affianco, una valigetta nera mai vista prima, ben conservata senza alcun graffio. Irrazionalmente, spinto non si sa da quale demone della curiosità, la aprì. Mai l’avesse fatto, per pietà della sua anima. Non appena si socchiuse, un ingente quantità di ciò che meglio si identificava con la definizione di fantasmi si riversò addosso al curioso trafugatore con tale furia da ricordare una tempesta improvvisa nel cuore dell’estate. Lo assalirono fra urla terrificanti e grida pietose, inondandolo di nefaste richieste inascoltabili per la loro inumana atrocità. Venne sballotto lato di qua e di la nella stanza, contro tavoli, contro sedie, da quegli esseri informi, immateriali che ora lo costringevano contro il muro. Non voleva ascoltarli, disperatamente si tappava le orecchie con ciò che poteva, ma più tentava, più pareva vano ogni tentativo, finché trovati due puntelli da ghiaccio non si perforò timpani, che dopo un momentaneo sollievo, ora pulsavano di lancinante dolore senza che le voci d’oltre tomba cessassero. Sporco di sangue, tentò di dileguarsi ugualmente da quel mucchio costrittore, ormai ampiamente stordito dalle stridule voci che penetravano addirittura la sua mente, a livello ultra sensoriale, inconcepibile per qualsiasi persona provvista di raziocinio e ragione, ma lì tale evento veniva a verificarsi. Si dimenava per tener alla larga quegli spiriti luminescenti che nella notte sembravano fari, illuminando di luce tenue tutta la sala del “Pernot” e continuò a dimenarsi e a dimenarsi, quando fra tutte quelle impalpabili sostanze ne tocco distintamente una. Non si fece pregare, perché a compier tali azioni mal si accompagnano, così impugnando ancora i puntelli con cui precedentemente si era reso volutamente assordato, infierì nel pieno delle più torbida frustrazione su un indecifrabile corpo di cui distintamente però ne percepiva il calore e i tremori da cui veniva scosso ogni volta che un fendente lo raggiungeva. Sentiva un liquido caldo scorrere lungo le sue mani, dall’odore si riconosceva bene, dato che vista non aiutava. A quel punto il solito mal essere, le convulsioni divennero ancora più acute, si distacco da quel corpo gettando gli arnesi mortali. Aprì nuovamente gli occhi: un materasso vermiglio illuminato da una candela quasi del tutto consumata, distesa e mortalmente sfigurata la sua donna. Sul tavolo di fianco, ancora quella bottiglia di vino non ancora iniziata, per la promessa di una nuova vita. Non c’era che scacciare il profumo della morte e fuggire dal mondo.

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