La lira di Orfeo: L'indecorosa morte del gigante Lukas Finnard

lunedì 16 maggio 2011

L'indecorosa morte del gigante Lukas Finnard

Non è di quelle storie che ben si accompagnano al suono di un carillon, di quelle che nemmeno ti accorgi e sei già addormentato nel letto. Non puzza di casa, di mamma o di parquet, ma di quegli odori che lievitano fra i disperati in un bar, fra tazze di vino e posaceneri colmi. Storie che arrivano improvvise insieme al freddo della sera, che bruciano non meno del sale e del sole nei giorni in cui arde straripante di arroganza. Sarà di certo banale se iniziasse con un "c' era una volta", ma sfortuna sua che quella volta purtroppo ci fosse.
Si dondolava fra i lampioni con i suoi pesanti anfibi, neri come l'asfalto e sporchi di mondo, a stento stava in piedi che così poco ci mancasse per finire a gambe al cielo, che scuro lo scrutava nei suoi disordinati movimenti. Arrancava nel buio fra la nebbia, non un volto e non un faro in quella deserta via prima di allora mai battuta, solo case ammutolite ai lati della strada, troppo tardi per sperare in una luce accesa. Stanco e un po' perduto, si distende sulla prima panchina che incontra lasciando ciondolare i lunghi e robusti arti come fossero stendardi in balia del vento, sotto la chioma di un imprecisato albero che la notte confonde fra tanti. Stava per rintanare i proprio occhi sotto le sue palpebre, abbandonandosi al sonno che senza riparo sarebbe potuto diventare l'ultimo, quando un'indistinta esile figura lo scosse dall'oblio del riposo. Lentamente la sua vista prese sensibilità e della chiare ciglia che contornavano i suoi occhi ghiacciati poté riconoscere una dolce presenza femminile, richiamando a sé, involontariamente, gli antichi istinti nelle sue reni, affluendo come fiamme e riscaldando il corpo infreddolito. Ella appariva come la luna, quasi fosse un faro puntato nelle tenebre del mare ad indicare agli smarriti la rotta sicura e lei con la sua mano, accarezzandolo fece lo stesso, facendogli affiorare nella mente il ricordo di un porto sicuro. Si ricompose sul legno che a stento lo conteneva, faccia a faccia con quel volto così vicino ma solcato da vicende così diverse dalle sue che lo allontanavano dal suo, corrugato e ispido, segnato dal vento e dalle tristezze umane.
-" Non c'è niente di più semplice che cercare la morte chiudendo gli occhi, in queste sere che invitano invece al calore di un camino. Si riassesti, sempre meglio spirare dove abbondano lacrime ad inumidire i fiori". Rispose invece lui, rassettandosi la chioma bionda: -" Per raminghi come me non ci sono ne casa, ne fiori e ne lacrime. Terra e pioggia, nient'altro che questo alla fine del percorso. Piuttosto, non è un orario che per le donne si dimostra gentile." - " Allora la invito a seguirmi, metto al riparo lei come metto al riparo me stessa". Si mise in piedi, alto come una stella nel suo zenit splendente di una passata bellezza, di epici eroi dagli Dei avversi, luccicando di una dignitosa sofferenza, di quella che spezza la tempie quando la vita si riduce al pianto. Lo seguì senza fiatare, quel corpo minuto e secco, senza apparire però sterile. Aveva in sé tutta quella femminilità pacata delle donne nordiche, affusolate come stalattiti, eleganti ed enigmatiche. Odorava di lavanda la sua chioma stranamente scura, tanto da ricordare il Mediterraneo, un universo lontano un'assurdità di tempo. Non una parola congiungeva le due persone, arrivarono alla metà senza saper nemmeno i loro nomi. Si ritrovò così dopo qualche centinaio di metri davanti a un bistrot e sempre accompagnato dalla silenziosa dama vi entrò assaporando pian piano l'effetto del calore sulla pelle poco prima esposta alla brezza notturna, in una bufera di aghi di vetro.
-" Olympia, presto! Conducilo qui!"- Abbaiò con foga colui che stava dietro al bancone, per farsi sentire fra gli altri umani latrati e il rumoreggiare dei bicchieri umidi.
-" L'ho trovato proprio lì, dove eri tu sicuro di trovarlo. Offrigli un whiskey, oppure crolla a terra. Vedi come trema ancora." - Sussurrò la ragazza e curandosi che il viandante raccolto poco prima non potesse sentirla, lo invitò prima ad accomodarsi in un tavolo poco distante. -" Finalmente qualcuno: ne avevamo bisogno noi, la sua malasorte non è che divina provvidenza al nostro conto. Ora vai e portagli questo, sbrigati!-"
Preso il bicchiere, Olympia si voltò e recandosi dal gigante che a stento stava comodo sulla sedia, tagliò con grazia quell' aria turpe insozzata dall'irrequieto vivere del resto della clientela. Lui la fissava: quando le parole inciampano nel tragitto, difficilmente trovano l'uscita. Soprattutto ora, che le stava faccia a faccia, seduta poco distante. Sorseggiò veloce ciò che gli era stato offerto.
"Uno che sfida così la notte e il gelo deve esser davvero abituato a veder la vita come una scommessa. Pare proprio che tu ultimamente sia anche riuscito a venirne fuori parecchie volte da questo gioco rischioso." - Disse la donna fissandolo intensamente, sicchè egli rispose: " Per chi non ha nulla da perdere puntare ciò che a poco a poco guadagna non è mai troppo rischioso: il non agire e la noia spesso sono peggio dell'imprudenza. A star fermi arrivano i corvi." - "Se ti proponessi allora una possibilità di movimento abbastanza redditizia per entrambi? Agiresti?" - "Ovviamente si".







Se ne andò la notte con appresso il suo baccano e i suoi fumi malsani: la sostituì il dì, pulito e silenzioso. Grondavano i tetti, le aiuole umide brillavano di gioia per l'abbraccio del sole che lentamente come un tenero amante si faceva largo fra quelle erbose grazie. Si sentivano più sicure così che nella morsa della luna. Pian piano riprendeva la solita vita nel tedio dell'alba che sfumava nell' intensità del giorno: gli operai indossavano l'animo più buio all'entrata delle fabbriche, chi ritornava dalla campagna con le proprie primizie metteva in volto il viso più suadente. Ad ognuno la propria parte, ad ognuno il proprio inizio. Tranne a chi è riuscito a finire nemmeno la propria notte. Non ci fu risveglio: braccia a croce sul petto e sul collo la bozza di una testa informe, che poche pretese aveva di sembrare umana. Anfibi scuri. Un uomo morto, un gigante con accanto un corpicino femminile, esanimi entrambi. Il parco ammutolito, non ancora popolato, silenziosamente vegliava i due disgraziati che giacevano in gelida compostezza, mentre impotente vedeva sfuggire fra i sentieri l'intrepido assassino ancora sporco di sangue.
Non pensava egli, non pensava. Era la sua mente che contro ogni suo volere proiettava ancora quella raffica di colpi, il martello indemoniato e le ossa frantumate. Quando si parla di vendetta si crede che tutto sia lecito, ma il contraccolpo spesso potrebbe essere letale: così accadde. Alla fine, si sentiva un semplice strumento provvidenziale, un aiutante del fato: chi sbaglia paga e lui era stato l'esattore del prezzo di quel torto. Lei non avrebbe dovuto sbagliare, conscia dell'amore che lui provava per lei: non si può scappare impunemente dalle proprie promesse amorose, ancor meno se lo si tenta con l'omicidio.
Un errore e così hanno pagato in due.




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