Ammutolirono i rintocchi dopo il fischio del treno.
Davanti a lui i bambini giocavano: si inseguivano l'un l'altro fino ai bordi della piazza. Ricordi infantili: aveva sempre apprezzato quel gioco, fin tanto d' applicarlo alla sua vita. Nel più banale dei sistemi, nel più totale essenzialismo naturale, come si dividono le persone? Adorava la caccia, ne aveva il fiuto e la pazienza. Proprio ora, mentre vedeva svanire via il fumo della sua sigaretta, stava cacciando. Rassettava i capelli scomposti, neri d' ossidiana, appoggiato scomodamente alla panchina in legno persa in un'aiuola. L'attendeva paziente, con calma predatoria. Sogghignava filtrando attraverso le lenti scure l'uscita del ristorante, tentando di scorgere come ogni volta a quest' ora, più puntuale del ritorno dell'alba, la sua esilissima figura. Contò e ricontò. Il tempo era quello giusto e fissò ancor di più: si muoveva nell' ombra un'altra ombra viva. Eccola, avvolta nella stanchezza borghese, non scomposta, ancora in una grazia completa. Passò fra le alte siepi verdi che scorrevano ai fianchi del tappeto rosso posto dinnanzi la porta, scorrendo come le silfidi fra le foglie e il vento. Un canovaccio sempre identico, ma che il pubblico non stancava. Doveva andarle incontro, presentarsi finalmente, dopo le svariate lettere ecco la giusta conclusione di questo rapporto epistolare. Ronzava sicuro lungo la pavimentazione granitica, dipingendosi in volto un sorriso di boccioli, dolce come la primavera. Ma dentro sé, poteva ben pregustarne il gusto più amaro, distillato lentamente dai suoi sulfurei pensieri. Rosee linee nel pallore racchiudevano denti che a contrasto apparivano ancor più candidi, sottolineando così l'assurdità oscura dei suoi occhi neri fondenti. La distanza diminuiva, poteva ben distinguere i lineamenti del volto della donna, chiari come sotto la luce più bianca. Sorrideva d' imbarazzo nonostante si sforzasse di non scomporsi eccessivamente, mentre veniva carezzata dai suoi stessi capelli scossi dalla brezza. Rapidi gli umori dell'uomo si fecero largo per le vie del suo corpo.
- "Alexander, ti ho chiesto basta.."
La musica pareva un battaglione che avanzava, chiassoso e mortale, feriva l'aria e l'udito. Il pianoforte scuoteva devastante melodiche torture, strideva e duoleva coprendo omertoso il sanguigno rapporto che sgualciva le lenzuola. Nel letto si agitava ritmicamente con una sensualità violenta, bruta nella sua grettezza ma piacevolmente ipnotica nei fecondi movimenti. Il fiore si sgualciva al contatto feroce con la carne di lui, la pelle lamentava profondi solchi in cui scorreva sofferenza e sangue rapidamente lambita dalla lingua di Alexander. Scorreva la brutalità: come un albero percosso, Nathalie perdeva la sua grazia, sformata e avvizzita, lasciando tracce di se perdendole attorno. Come soffre la rosa tremando nel freddo, ma mai fu può tremendo del rapido gelo, questo inumano tepore, di fisico contatto bestiale nella sua forma. La melodia continuava inesorabile, un violino s'aggiunse al dolore provocandone altro, sentiva che fosse l'arco dello strumento stesso a inciderle le braccia, le gambe e i seni. Lame affilate e violenti sussulti, gli assalti di questo sadico amplesso divenivano sempre più dolorosi, le lacrime finirono e gli occhi scomparvero nel vuoto.

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