La lira di Orfeo: Il pianista e la sirena

domenica 15 maggio 2011

Il pianista e la sirena

- Perché ogni volta che mi avvicino a lei sembra che mi allontani dal mondo?
Ripeteva questa domanda alle stelle tentando di interloquire con chissà quale dio lontano, perso aldilà dell'universo. Non era la prima volta e sapeva che non sarebbe finita lì questa stremante lamentela che affliggeva prima lui e ora la volta celeste intera.
Ritornava a casa, a mani vuote e cuore colmo, anche oggi ancora solo. Non si era presentata.
Ripetutamente nell' arco dei nostri giorni abbiamo visto ritornare la luna dopo piccoli periodi d' assenza che turbavano le nostre passeggiate notturne, rendendoci guardinghi. Lentamente scompare abituandoci al venturo distacco, ma lei no. Lei è si come la Luna, fredda e distante, ma molto più spietata: muta scompare ma con dirompenza ritorna per poi nuovamente andare. Gli addii non le appartengono, così spesso diceva, perché lei stessa a nessuno apparteneva per aver il dover di congedarsi. Egli sapeva bene che mai poteva esser sua, ma ancor di più la bramava come chi tende all'orizzonte senza raggiungerlo mai. Era disperato e di amor ancor più folle era rapito.
Ritornava a casa dopo una serata gettata fra spartiti e pianoforte, alle prese col piccolo coro della chiesa del paese, poche soddisfazioni e costante lavoro. Era proprio lì che sperava di rivederla, dove l'aveva conosciuta quattro anni prima durante un' audizione, accompagnandola col piano. Ma niente da fare, non si era presentata. Così fra le solite anonime armonie se ne andava il tempo in punta di piedi lasciandolo tramortito per il mancato incontro. Era sul punto di mollare: la musica, la chiesa e il coro, sapeva bene che in questi anni tutto ciò era sopravvissuto solo per quell' ossessiva necessità di starle accanto. Vicinanza apprezzata e voluta, ma poi evitata e disprezzata, come la terra che chiama a se il mare per poi rimandarlo indietro fra la schiuma e la corrente. Ora si appoggiava sul divano a riposare, permettendo dolcemente alle palpebre di placarsi.


- " Le farfalle baciano la superficie dei laghi come tu sfiori quei tasti" - " Che splendida immagine, sei un'ottima ladra di letteratura Pauline." - Le rispose gentilmente con velata ironia. - " Non è essere ladri: una volta che il poeta ci offre i suoi versi, diventano un tesoro tutto nostro, da sfruttare con parsimonia senza avvizzire il suo significato." Compiaciuto dell'interessante risposta manifestò il suo piacere riprendendo a suonare, proprio come diceva Pauline, leggero come le farfalle. Suonava, suonava, suonava. Le note volavano leggiadre posandosi qua e là nella stanza vuota, facendo compagnia ai due cuori finalmente vicini. Puri si guardavano nella solitudine discreta, senza scomporsi. Lei iniziò a cantare. La sua voce si sposava così lietamente col suono del piano da sembrar generata anch' essa dallo strumento, docile come gli echi che abbracciano i monti nella quiete invernale. Vibrava la voce di lei, vibravano le mani di lui, colto dalla più profonda emozione, più simile alla paura che al piacere. Sbagliava, le farfalle non volavano più. - " Arthur, che succede? Mi sembri strano. "
 - " Perdonami, colpa mia. Certe volte la concentrazione si fa beffe di me e sbaglio scioccamente. Riprendiamo. " Ma non passò molto che si dovette bloccare di nuovo. Quella voce portava all'oblio. -" Sono forse io che sbaglio qualcosa portandoti all'errore? Ti prego dimmi, sai bene che è tuo dovere correggermi." Il ragazzo si alzò allontanandosi dal suo strumento e dalla ragazza per andare alla finestra. Inondava di sole i suoi pensieri, cercava chiarezza prima di parlare. " Conosci le sirene? Cantano, ti incanti e più nulla ricordi: ne come ti chiami, da dove provieni, cosa sai fare. Credo che tu sia una di questa. Io davvero, sentendoti così vicina, ho perso ogni capacità. Mi hai privato della capacità di suonare con il tuo languido canto. Pauline io.." - Si bloccò: le lacrime affioravano agli occhi, strozzando la sua voce che non poteva andare oltre la sua bocca. Non parlava, singhiozzava immobile fissando la sua sirena, che stordita ricambiava lo sguardo senza però alcuna espressione. Fu la prima però a cedere, distolse lo sguardo e correndo verso l'uscita. Arthur non potette fermarla, più rapida del senno del ragazzo sfuggì via, come una gatta al primo sentore di pericolo. Accadde un mese fa, da quella volta non la vide più complice la malattia che lo costrinse a letto, complici le assenze di Pauline. Ritornò lei al coro, ma evitava le serate in cui Arthur doveva esserci.

Si destò, il riposo non era possibile ora che nell' animo suo si faceva largo come un caldo ruggito il desiderio senza speranza di poterla vedere nuovamente. Non avrebbe ceduto al sonno questa notte, era disposto a cedere se stesso solo alla sua brama. I ricordi diventavano troppo offuscati, i profumi ormai impercettibili: era giunto il momento di ravvivare quei piccoli souvenir nella memoria. Partì nuovamente col mantello della notte verso la sua meta senza pensare, quando nel mezzo della via lo colsero le prime domande: l'avrebbe trovata? Cosa le avrebbe detto? Si appoggiò a un palo, poco distante dall'abitazione di Pauline. Era la prima volta che vedeva la sua abitazione, non si erano mai avventurati nel suo nido. Si avvicinò accorciando man mano i propri passi alla vista della luce che filtrava dalla finestra che dava sul cortile, preoccupandosi di non mostrarsi troppo ai passanti e a lei, che probabilmente stava oltre il vetro. Era giunto il momento, doveva bussare. Ma non ne ebbe il coraggio. 




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